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Scolto ’sto silènzi

Prefazione di Renzo Francescotti



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Prezzo copertina: € 12,00

Prezzo scontato: € 10,20

Poco prima del Natale scorso, annunciata da una telefonata, è venuta a trovarmi a casa Giovanna Sartori De Vigili. Mi chiese se, con tutti i miei impegni, avevo tempo di leggere una raccolta di poesie inedite per darle il mio giudizio. Con lei ci conoscevamo da anni, frequentando le stesse serate culturali e avevo letto due suoi libri di poesia, “Il cantare di Dolcino”, (1996) e “T’amo che Dio la manda”(1998). Ma non eravamo amici più di tanto. Le poesie che mi portò erano – se ricordo bene – una settantina, la maggior parte in italiano, una quindicina in dialetto.
La dissi di lasciarmele: le avrei lette volentieri, appena possibile.
Ci rivedemmo a casa mia due o tre settimane dopo.
Come avevo trovato i suoi versi? Bè, coloro che mi conoscono sanno che, a parlare e a scrivere, non amo le circonlocuzioni (sarei decisamente una frana nella carriera del diplomatico). Così apiegai a Giovanna che quelle sue poesie inedite in italiano – a mio avviso – non aggiungevano più di tanto alle poesie che già conoscevo. Più interessanti mi pareva quella quindicina di poesie in dialetto, se non altro perché di una novità si trattava. Il consiglio che le diedi fu quello di lasciar perdere i versi in lingua nazionale e di lavorare su quelli dialettali. E conclusi dicendo (forse non quella volta, ma una delle volte seguenti): “Dai: laóra sin che te sei zóvena!” Lei rise (si dà il caso che, come me, abbia doppiato la boa dei 75 anni…) e quell’episodio le ispirò una breve poesia contenuta in questa raccolta. Così Giovanna – nonostante l’infarto e la conseguente impegnativa operazione, subiti in questi ultimi anni – si è buttata a scrivere versi in dialetto con spirito giovanile, rievocando la sua giovantù per riprendere da essa slancio. In che dialetto, dato che i suoi genitori sono di Ala (con lo stesso cognome) e lei ha passato i suoi primi 17 anni ad Arco, sino alla morte del padre, primario pneumologo, trasferendosi poi a Rovereto, laureandosi in Lettere a Bologna e, sposatasi con il trentino di Trento, Bruno, e nel 1969, si è stabilita nel capoluogo? Con il dialetto di Trento, di suo marito, col quale parla da più o mezzo secolo e a cui vuole un bene dell’anima. Anche se lui la piglia in giro per la sua esagerata passione per i fiori, per via che “l’è sempre engiazzada anca de istà”e per la sua paura dei “bai”…
E andiamolo un p’ a scorrere questo libro di 57 poesienell’idioma dialettale di Trento, zampillante a sorpresa come da un pozzo artesiano in nemmeno tre mesi
(con altre 12 che sono state accantonate).
Ci sono nella prima parte, testi più oripriamente lirici: come “Na canzon”, con un incipit incisivo (A volte me se desmissia na canzon / che sbéga, ‘n font al cor: / El mondo l’è tut strof, / me perdo en giro / per contrade morte…”). Versi dai toni scuri, amari. Sul versante opposto, dai toni lievi, tersi, primaverili sono invece i versi di “Vent marzolin”: quello che scapigliava la bambina in cerca di viole e primule sugli argini del Sarca; quello che tirava il suo velo da sposa come a trattenerla; quello che accarezzava il suo bambino nella carrozzella sotto il Doss Trento; quello che giocava coi nastri viola di sua madre sul letto di morte: tutta una vita còlta nel vento di marzo. E nell’idioma dialettale, la lingua dell’universo famigliare, vengono recuperati lampi fotografici della vita di Giovanna. In “Vardando na foto”
L’immagine di una zia morta a ventun annimai conosciuta, ma di cui Giovanna lesse le poesie trascritte come reliquie in quaderni.
In “Tra le prede”si manifesta la passione per i fiori nella nostra verseggiatrice. In “Me piass i cagni” la sua passione per gli animali, specialmente per i cani.
E nelle lunga lirica”El Black” viene fuori “N’altra storia, come quella del cunèl / oiena de amor e de dolor…” Dalla lirica balza l’immagine a tutto tondo del cane amico della bambina ( Tut nero, col péllustro e ondulà / na bavalina bianca davanti e do oci / de mél…” Ma alla madre, severa, la bambina appare troppo presa da quel cane e “l’à dal via el mé Black…” E la bambina, per la prima volta (pur amandola molto, tanto da dedicarle liriche come”Mé mama” e “Mama, mamina”) si
scopre un sentimento di odio verso sua madre. Arriviamo così nel cuore della raccolta, che nelle figure della famiglia rivela il nucleo attorno al quale ruota il suo mondo. È un mondo espresso con commozione mai ostentata, misurata. Come nella lunga e intensa lirica “La memoria”, con quel papà che scopre la decenne Giovanna scioccata perché ha visto per la prime volta le immagini dei campi di sterminio; e va da sua moglie e le dice: “Ghè de là la Giovana sconvolta. Va’ a consolarla e scóndi quel giornàl!” Ma – ed è qui secondo me l’aspetto più nuovo, sorprendente – questo mondo famigliare è disegnato, dipinto in prevalenza a brillanti colori, in chiave divertente, giocosa, ironica, satirica.
Non si sa perché ( in effetti tra di loro, sanno divertirsi da matte) ma donne che sappiano esprimersi in poesia (non solo da noi) in chiave divertente sono estremamente rare: anzi (tranne che per qualche verso) praticamente non esistono. Così sfilano la zia Maria che ha la manìa di citazionilatine involontariamente maccheroniche; il fratello quasi coetaneo, Paolo, con cui la sorellina combina “spiazzarolàde”; la sorella maggiore Alberta, al contrario, molto seria; il marito Bruno
Che invece spara battute in dialetto; i figli Ettore e Marco; e lei stessa (indimenticabile la poesia “Mi”, breve autoritratto che termina con l’immagine “faccia da strudel”, assolutamente inedita negli annali poetici), sono personaggi avvolti da un’atmosfera affettuoso-giocosa. Spassosa, trale altre, la poesia “L’Etore”, con tutti i complessi preparativi per una battuta di pesca nei laghi trentini. E i pesci pescati?: “i me fa pena, pori laóri, ma dessigual / penso: ‘farli al forno o lessadi?’ ”.
Di certo su questo versante il suo modello è stato Bruno Groff, il maggior èpeta trentino satirico-ironico del secondo Novecento, a cui lei dedica un’affettuosa quanto deferente poesia. Vai a leggere le sue liriche nella lingua nazionale e la giocosa vena è praticamente inesistente: la trovi solo nel dialetto, idioma che ha agito coma la trivella che ha perforato un terreno finora non coltivato da cui è zampillata un’acqua limpida e dissetante. È vero che se questi suoi versi dialettali sono sgorgati a sorpresa in così breve tempo e abbondanza, trascriverli poi correttamente, per un’assoluta inesperta in dialetto come è lei, è stata una fatica di Sisifo.
La soluzione è semplice: se non ce la fai da te, fatti aiutare. Giovanna l’ha fatto e vi allude nei versi di “El dialèt trentin”: straca de rime taliane / ò pensà ben de scriver en dialèt…” A questo punto la parola è ai lettori.
RENZO FRANCESCOTTI

Scolto ’sto silènzi




Informazioni aggiuntive
Autori Sartori De Vigili Giovanna
ISBN 978-88-6876-077-9
Formato 14x20
Pagine 144