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I villaggi dai rami di rovo

Viaggio nel Trentino del terzo millennio



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€ 35,00
Vendono casa o spostano la residenza.
È il fenomeno, all’apparenza contraddittorio, che ha attraversato i villaggi di montagna del Trentino tra la fine del 2013 e l’autunno del 2015. Si vende, perché la casa delle radici non ha più eredi o ne ha troppi, per cui nessuno ne può godere interamente i frutti. Oppure, si sposta la residenza di città nel villaggio che un tempo fu teatro dell’abbandono, perché la fiscalità senza fondo chiude gli occhi soltanto di fronte alla casa di abitazione: la prima. In tal modo si assiste pure a un altro fenomeno: coppie che si separano non già o non solo in nome di un rapporto usurato, ma per dimostrare, carte alla mano, residenze differenti. Unica scappatoia per aggirare la tassa di possesso dell’abitazione. Che poi siano residenti effettivi o per qualche settimana all’anno, è tutto da verificare.
Quelle dimore che un tempo furono sprangate per un’emigrazione (nelle intenzioni: definitiva) sul fondovalle, nel corso dei decenni videro nuovi acquirenti o il ritorno degli eredi dell’abbandono. Quei muri anneriti e poi sbiancati e poi ancora anneriti, passarono di mano. Altri caddero in rovina, lasciando spazio ai cespugli e alle piante spontanee che in un baleno infestavano gli incolti.
Non più e non solo “camini spenti” nel Trentino del Terzo millennio.
Nei “villaggi dai rami di rovo” si tagliano rami e si estirpano rovi. Riaprono stanze, si spalancano finestre… e si sprangano porte.
Nel Trentino post globalizzato, crescono staccionate e fioriscono cartelli con la scritta “proprietà privata”. È un ritorno ai secoli andati, a prima che i “Vicini” diventassero tali e formassero comunità. A quel tempo, ogni “vicino” era lontano e doveva difendersi dall’intrusione della fame, dello straniero e magari pure dell’orso. È il ritorno all’antico, alla solitudine e ai silenzi, mentre tutto intorno il mondo assiste impotente e con le braccia incrociate a migrazioni bibliche, alla fuga senza fine dei disperati di oltre mare.
Questa terzo “viaggio nel Trentino del Terzo millennio” ha raccolto immagini e testimonianze in villaggi e paesi che, trenta, cinquanta, sessant’anni fa, furono al centro della cronaca. Una cronaca, diventata storia, che si ripropone qui, per una memoria condivisa, a coloro i quali di quei fatti hanno sentito vagamente il racconto dei nonni o non ne hanno sentito nemmeno il nome.
È così per Zambana che fu strangolata dalle frane della Paganella e la cui popolazione fu costretta all’esodo nella primavera del 1956.
Stesso epilogo per Rover di Capriana che fu abbandonato sotto l’incalzare delle piogge nel novembre del 1966 e dopo che una frana aveva polverizzato un’abitazione e provocato la morte di tre persone.
Dieci anni prima, quello stesso villaggio aveva ospitato le baracche dell’impresa incaricata di forare la montagna e di costruire una diga per scopi idroelettrici. Il lago artificiale che fu creato cancellò in pochi giorni un intero paese: Stramentizzo. La dinamite aveva agevolato l’operazione.
Poi ci fu Stava, con il suo spaventoso carico di vittime: 268, spazzate via dalla vita e dalla storia di una valle, la valle di Fiemme, un giorno d’estate, il 19 luglio 1985.
Molti anni prima, la guerra dell’Italia all’Austria, con il Trentino frontiera e fronte dei combattimenti, aveva costretto all’abbandono di villaggi e di vallate una popolazione di 110 mila persone. Settantacinquemila finirono in “città di legno” dell’Austria e della Boemia; trentacinque mila furono “polverizzate” in 168 comuni in Italia.
Fra i tanti villaggi coinvolti nell’esodo abbiamo scelto Piccoli e Masetti di Lavarone, Valmorbia di Vallarsa, Geroli di Terragnolo. Le cicatrici di quell’inutile strage che fu la Grande guerra sono ancora visibili, cento anni dopo.
Un’altra guerra, la seconda, ha lasciato il segno della ferocia in Val di Ronchi. La morte del parroco e del soldato altoatesino che lo avrebbe dovuto uccidere, sono ancora oggi tema di riflessione.
Così com’è argomento nei racconti d’inverno, attorno ai tizzoni accesi nel camino, la peste che per tre secoli almeno, spopolò città e paesi, sterminò uomini e donne e atterrì l’umanità intera. Sevror, nella Pieve di Bono, ne perpetua la memoria.
A Valcava di Segonzano lo spopolamento si è fermato e la ruota del “molinel” ha ripreso a girare.
In val di Sole, Montés di Malé vive gli inverni con l’incubo delle valanghe.
La solitudine intanto fa compagnia al “solitario” di Pi-mont, tra Pinzolo e Carisolo, nelle cui pertinenze, a Fo-gajard, arriva invece chi è disposto a pagare per una tregua dai rumori, nei silenzi del Brenta.
In silenzio e fors’anche nell’indifferenza della comunità, si consuma l’ultima vendemmia dei frati nei secolari conventi della città e della periferia.
Quegli stessi frati che, per novant’anni, hanno assicurato una messa, la domenica, alla minuscola comunità di Lamar di Gardolo. Cinque fabbricati, una cappella e molti capannoni commerciali nella periferia cittadina “schiacciata” fra la statale del Brennero e la montagna.
Sono storie minime, racconti di vita, documentate nel corso di due anni.
Quello che intraprendemmo nel 2011 è un viaggio che potrebbe proseguire all’infinito. Perché ogni persona ha una propria storia, ogni villaggio una propria fisionomia, ogni comunità conserva frammenti di memoria.
Per evitare che tutto questo vada perduto, affidiamo anche il terzo volume sui “Villaggi” alla benevolenza dei lettori.

I villaggi dai rami di rovo




Informazioni aggiuntive
Autori Alberto Folgheraiter
ISBN 978-88-6876-091-5
Formato 24x30
Pagine 256